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L'emigrazione albanese in Italia è avvenuta in un arco di tempo che abbraccia 3 secoli, dalla metà del XV secolo alla metà del secolo XVIII. Questa emigrazione si compì a ondate, ma la maggior parte delle colonie albanesi furono fondate dopo il 1468, l'anno della morte dell'eroe nazionale, Giorgio Castriota Skanderbeg. La migrazione continuò a più riprese nel corso dei secoli successivi, fino al 1744, data della fondazione dell'ultima colonia albanese, Villa Badessa. Nel XV secolo, prima e dopo l'invasione ottomana e la caduta della città di Scutari nel 1479, si sono registrati passaggi di gruppi consistenti di albanesi a Venezia, dove formarono una colonia, e nei territori della Serenissima.

Gli emigrati albanesi trovarono in queste nuove terre un ambiente culturale favorevole che permise loro di esprimere un importante e originale contributo di opere e di idee nell'ambito del Rinascimento europeo. Dai documenti pervenuti si sa inoltre che passaggi di gruppi sporadici di albanesi in Italia hanno avuto luogo anche prima dell'invasione ottomana, precisamente nel 1272, nel 1388 e nel 1393. Altri nuclei si erano stanziati principalmente in Puglia, ma anche in Calabria e Sicilia, nei feudi che i condottieri albanesi avevano ottenuto dal re di Napoli, Alfonso I d'Aragona, in cambio dell'aiuto militare che gli avevano prestato durante le continue lotte contro i baroni locali. Molti autorevoli studiosi ritengono che i profughi albanesi furono accolti dai principi Sanseverino nei loro possedimenti e utilizzati per ripopolare i centri abitati spopolati e per rivitalizzare le attività agricole nell'area.

Gli albanesi in Italia fondarono e ripopolarono quasi un centinaio di comunità, la maggior parte delle quali concentrate in Calabria. Qui gli immigrati albanesi costituirono colonie di contadini e soldati alle quali venne data piena autonomia amministrativa; fu loro concesso di fondare o ripopolare nuovi villaggi.

Prima dell'arrivo degli Albanesi, il territorio di Cerzeto apparteneva ai principi Sanseverino di Bisignano. Sul territorio ove sorge l'attuale abitato di Cerzeto molto probabilmente c'era già un antico insediamento, dedito all'agricoltura e alla pastorizia, che purtroppo fu decimato dallo spopolamento che nel XV secolo colpì la Calabria e in particolar modo la Media Valle del Crati, a seguito di disastrosi terremoti, di carestie e di pestilenze. In merito, si ha notizia di una chiesa di S. Nicola della seconda metà del XIII secolo, che ricadeva allora nell' arcipretura di Torano.

In prossimità dell'abitato di Cerzeto sono stati trovati numerosi reperti che segnalano un antico insediamento di epoca magno greca e romana.

Vincenzo Padula riferisce nella sua opera “Calabria prima e dopo l'unità” che nel 1867 alcuni braccianti che lavoravano nella località Rahj i Kroi Vonat, a valle dell'abitato, trovarono “ ruderi di antiche fabbriche, e ciarre e piatti e vasi di forma antichissima ”.

Della frazione San Giacomo esiste qualche riferimento storico già agli inizi del mille sotto il nome di Sancto Jacopo e della frazione Cavallerizzo nel XIII secolo, con la presenza della chiesa di S. Giorgio.

Il toponimo Qana deriva probabilmente dall'albanese qanë = pialla , che richiama la conformazione orografica pianeggiante del sito; il toponimo italiano Cerzeto, a sua volta, deriva da cerza/quercia e richiama la presenza prevalente di querceti nel sito.

In base ai fuochi rilevati nel 1543 (Cerzeto 36, Cavallerizzo 17 e S. Giacomo 23), la consistenza demografica complessiva intorno alla metà del Cinquecento doveva attestarsi su una popolazione residente di circa 400 abitanti.

Cerzeto fu suffeudo della baronia di S. Marco, dei Cavalcanti di Torano e degli Spinelli di Fuscaldo.

Nel 1807, con la legge francese del 19 gennaio, fu considerato Luogo ossia Università, mentre successivamente con legge del 4 maggio 1811 divenne frazione di Cavallerizzo; con legge del 1 maggio 1816 divenne Comune e capoluogo del Circondario comprendente i Comuni di Cerzeto con le frazioni Cavallerizzo e San Giacomo.

 

 

 

Leggende

 

 

 

San Giacomo

Sulla destra del fiume Finita si trova la contrada Guri Lucia (Pietra di Lucia). Qui si rinviene una leggenda molto particolare sulla fondazione di questa contrada.

Lucia era una bella forense, tornava dalla montagna con la sua legna. Stanca, si siede su di un grosso macigno ed ecco che cade freddata per una palla tiratagli dal lato opposto della valle, davanti la casa Pinnolo di San Martino, dal famoso brigante Alberto Pinnolo per una scommessa. Questa scommessa era proprio quella di essere capace di colpire con una semplice pallottola, alla distanza di 700 metri , la donna fermata in mezzo la via delle Destre.

 

 

Cerzeto

A Cerzeto esisteva la famosa leggenda che riguardava le MAGARE .

Esse si credevano causa di tutte le malattie croniche che attaccavano i giovani belli e le belle fanciulle. A curarle si chiamava un'altra magara, che guardava l'infermo a costui spese: bruciava nella stanza capelli di zitella, lo unge con unguento di lucertole, rospi, serpenti, ossa di morti ed erbe che va a cercare da sé in boschi reconditi. Si riempiva il letto del malato di cenci di vari colori, capelli, erbe e sozzure. Se l'infermo moriva, la cosa finisce a sangue.

Nel 1843 Valentino Judda, persuaso dal fatto che suo fratello rischiava di morire per maleficio di una donna di San Giacomo, nel cuore del giorno la uccide a colpi di scure. Judda fu condannato all'ergastolo e morì nell'isola di S. Stefano.

A proposito delle magare e dell' influenza che a quel tempo si credeva potessero avere, troviamo un altro elemento importante. La fontana più importante di allora era chiamata Kroi Magari , in italiano l'acqua del magaro .

Per quanto riguarda il patrimonio boschivo, è presente una leggenda riguardante il Varri e Diels , conosciuto come il sepolcro di Domenica, una fanciulla lì uccisa.

Domenica era l'unica sorella di un unico fratello orfano. Costui esce soldato e la raccomanda ad un cugino, che ha una relazione con lei e la mette incinta. Il fratello ottiene il congedo e si ritira. Domenica va ad incontrarlo ed egli le presenta un uovo avvelenato e un coltello. Lei scelse l'uovo, ma il fratello, dopo che Domenica mangiò l'uovo, la accoltellò.

Un'altra leggenda esiste sul monte Serraventola, piano di castagne sul Monte dei Muli, che si chiama così a causa dei muli che vi caddero e sotto il quale si trova il paese di Cerzeto. La leggenda dice:

Una volta un pastorello suonava la zampogna. Era sul finire quando una fanciulla, seduta sulla cresta del monte, gli rivolse la parola, esortandolo a continuare. A quella vista, al giovinetto sorpreso cadde la zampogna e cadde anche lui. Stette così 24 ore. I parenti andarono a cercarlo e lo trovarono con i vermi in bocca. Decisero allora di seppellirlo, avendo la certezza che fosse morto. Ma nel momento in cui stavano per seppellire il povero giovinetto, egli risorse.

Si dice che lo sventurato pastorello fosse Saverio Stamile di San Giacomo.